passi di tango

Promenade au Potager Royal

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parks / parchi

(go to the English text – versione inglese con foto)

Era forse destino, con un’immagine di apertura così, che questo post rompesse le righe e tornasse per un attimo in cima a tutti gli altri. Non perché sia il migliore, tutt’altro: ha avuto la ventura di capitare sotto l’occhio critico di una che di giardini ne sa e aiuta a capirne da tanto, Mimma Pallavicini, e non gli è andata troppo bene. Ottimo. Non so voi, ma ho spesso la fastidiosa sensazione di essere blandita o aggredita, trovo che sia raro venir messi in discussione per amor del vero. [nota del 24 luglio 2013]       

Nuova scorreria sotto un cielo orbato, in questa primavera avara di sole. Lascio da parte libri e foto per far spazio alle impressioni ancora fresche: se desidero che veniate con me, bisogna che impari a dar voce al mio stream of consciousness evitando di sprofondare nello studio con la scusa di dovermi prima documentare. Siete pronti a liberare l’immaginazione?

Benvenuti ai giardini della Reggia di Venaria, a pochi chilometri da Torino. Vi trovate all’ingresso sul viale Carlo Emanuele II (fortuna che avevate della moneta per il parcheggio!), davanti alla reception. La struttura è bassa e accogliente: legno dipinto di bianco, pareti vetrate, ampi pouf quadrati a capitonné… manca solo la spiaggia! Sembra uno di quei rari loft riusciti delle riviste patinate, in cui il minimalismo esprime eleganza anziché spocchia. Il personale sorridente (dettaglio mai scontato, vero?) rinforza l’impressione, assieme al costo davvero modesto della visita ai giardini: 5 euro, che diventano facilmente quattro presentando una tessera FAI, IKEA Family, Decathlon, ecc.: le premesse sono ottime.

Superato il blocco reception-bar lounge (lounge lo aggiungo io… però ci sta!) ci si ritrova di colpo in quello che sembra uno strano vivaio: le piante sono tutte giovani, ancora assicurate ai tutori. I cannicciati attorno ai tronchi materializzano immediatamente l’immagine del giardiniere diligente… alle prese con lepri e conigli (come confermeranno poi le reti per riparare i bulbi della grande aiuola centrale).

La tentazione è forte, ma giriamo le spalle alla Reggia, che addirittura sbiadisce per via della distanza e della giornata non proprio primaverile. Un giorno forse qualcuno dimostrerà che esiste una corrispondenza fra il modo in cui ciascuno di noi mangia la pizza e quello in cui affronta uno spazio nuovo o prende posto in un’aula. Io parto sempre un po’ alla larga e, infatti, vi guido lungo il lato nord della proprietà che si affaccia sul viale di platani del nostro parcheggio e sui capannoni della Magneti Marelli – ve li mostro apposta per farvi orientare: badiamo di tenerli alla nostra destra o presto ci perderemo.

Accanto ai viali principali che marcano gli assi prospettici del giardino, i percorsi del Potager Royal si incrociano con regolarità, invitando a zigzagare fra le aiuole ancora in manutenzione, sospinti come in un gioco delle pulci alla ricerca dell’inquadratura capace di sintetizzare il tutto…

Non so voi, ma io non riesco a crucciarmi per le bordure di rosmarino bruciate dal freddo, o per i tassi che non ce l’hanno fatta a completare i muri delle stanze verdi: il passo è così leggero sul calcestre, e il progetto talmente arioso che la mia immaginazione vede solo promesse – la prima su tutte è “tornarci d’estate, fra qualche anno”.

D’estate sarà bellissimo sostare sotto gli alti treillages coperti di caprifoglio. Per il momento possiamo apprezzarne il disegno piacevolmente asimmetrico, che ricorda una volta di più che si tratta di un giardino ricostruito – talvolta sulla base delle tracce rilevate con fotografie aeree. La struttura è in legno a incastro, che non rivela nemmeno una vite – son finezze da apprezzare.

A parte un paio di giardinieri non c’è in giro nessuno ma, appena ci si fa caso, ci si accorge che non c’è un attimo di silenzio: la legge dell’attrazione spinge lo scricchiolio sordo dei passi verso le note argentine delle fontane in corten, e da lì lo allontana in direzione del delicato sciabordio delle vasche a sfioro che ricordano i giardini moreschi.

Nei giardini di Venaria Reale non è l’attesa di una sorpresa a sospingere avanti, giacché lo sguardo non incontra ostacoli fino ai boschi del Parco La Mandria – al contrario, è proprio il vuoto a risucchiare il visitatore. Qui il vero lusso è lo spazio a perdita d’occhio.

E ora vi lascio davanti al portone della Cascina Medici del Vascello, ma prometto di tornare presto per proseguire assieme la visita, stavolta con qualche foto…

P.S. Grazie a Sguru per l’immagine di copertina!

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Rather than writing about what I know, I prefer to write to know ... the same goes for reading. Anziché scrivere di ciò che conosco, preferisco scrivere per conoscere... lo stesso vale per la lettura.

6 thoughts on “Promenade au Potager Royal”

  1. Cara amica, ognuno mangia la pizza come gli pare, ma un giardino è fatto di piante (se vuoi aggiungici “anche”) e alla Venaria dovrebbero vergognarsi per come le trattano. Tu scrivi: “Non so voi, ma io non riesco a crucciarmi per le bordure di rosmarino bruciate dal freddo, o per i tassi che non ce l’hanno fatta a completare i muri delle stanze verdi…” e io dissento. Da quando l’hanno aperto, questo giardino che potrebbe avere un respiro europeo e invece è una provincialissima accozzaglia mangia denaro, è stato un continuo ripiantare tassi, pioppi, bossi, rosmarini, mente. Continuamente lasciate morire, fornendo un vergognoso esempio di come lavorano quelli che hanno i soldi nostri in mano e nessuna competenza per spenderli. Senza contare che a fare e disfare non diventerà mai un giardino maturo, e dunque si coglie sempre quest’aria instabile di lavori in corso: 750 metri di pioppi cipressini, piantati e ripiantati per tre o quattro volte in doppia fila (e fanno un chilometro e mezzo di alberi), alla fine sono stati segati; così il mare di plumbago lungo il canale, altro costosissimo chilometro e mezzo di piante morte non appena la temperatura è andata a zero (e la responsabile, con cui avevo protestato per questa scelta assurda ai piedi delle Alpi, mi aveva risposto: “Perché, non le piacciono?”, a mio parere perché manco sapeva che le plumbago non resistono al freddo e chi aveva fatto la scelta, un architetto paesaggista che va per la maggiore, è un irresponsabile che non conosce le piante né si pone il problema dei costi per la collettività). Sicché ti pongo un quesito: se vai a visitare un giardino, più o meno storico, più o meno articolato, vai a vedere come hanno interpretato e vestito di verde lo spazio e per rapportarti con esso o vai a cercare stimoli alla tua immaginazione? A me personalmente altro che immaginazione: il giardino della Venaria Reale mette angoscia sullo stato di inefficienza italiana; quella che per te è “ancora manutenzione” come stimolo a vedere oltre, per me è ansia di vedere e rivedere (ci sono stata sette o otto volte) ciò che non andava e continua a non andare, come se tutte le mattine prendessero a schiaffi, ma ogni giorno da diverse prospettive, la grammatica e la sintassi dei giardini e la scienza botanica applicata agli stessi.
    Scusa lo sfogo, ma Venaria per me è una spina nel fianco.

    • Al quesito mi piacerebbe rispondere che vedo tutto fin nelle pieghe più riposte. Ma non è così né, forse, vorrei. Se potessi rispondere adducendo una giustificazione personale, rivelerei che ho aperto questo blog per ritagliarmi uno spazio di libertà in un ambiente (non è il mio ambiente di lavoro ma ci sono immersa) che considera i giardini un campo di battaglia, un angolino da marcare, un tema acchiappa-casalinghe. A me i giardini piacciono, sono sempre piaciuti, spesso indipendentemente dal loro stato: le ombre verde bottiglia e gli spicchi di sole sul prato, il sentiero che curva dietro un grande osmanthus potato a sfera, la frescura dei viali alberati… sogno con poco, con pochissimo, faccio capriole sulla foglia più piccola. E a volte vorrei riuscire a portarci qualcuno, su quella foglia, scrivendone o suggerendo di andare a cercarla di persona.

      Il fascino che un giardino ispira è difficile da definire e comunicare, è un’esperienza personalissima e sempre differente. Ed è questo che mi attrae e motiva ad un’esplorazione e ad uno studio continui. E che guida la mia scrittura, qui. L’aspetto più sorprendente, per me, è che i giardini non nascono mai perché “l’ha ordinato il medico” ma neppure necessariamente sempre per un motivo nobile. Sono superflui e indispensabili, figli del capriccio e della costanza, indifesi e capaci di resistere con ostinazione per generazioni.

      I giardini sono anche un bell’esercizio di riflessione e di analisi, volendo anche sulla pochezza di chi li gestisce o ce li ha tramandati. Perché sono vivi e, in quanto tali, non possono nascondere a lungo le magagne. Lo stato in cui versano, la loro salute o fragilità raccontano una storia, tante storie che si aggiungono a quelle di chi li ha voluti e creati, echeggiano la voce dell’architetto paesaggista e della giornalista pasionaria, del visitatore educato e della famiglia con pargoli allo sbando, della Regione Piemonte, delle nuvole e delle nuove infestanti…

      Sono sicura che anch’io non riuscirei a farmene una ragione, al Suo posto – sono una tritasassi di tutto rispetto nella mia sfera di attività. Hanno preso a pungolare anche me quei tassi e quei rosmarini, e a farmi vergognare ancora una volta del mio desiderio di condividere gli aspetti più emotivi e personali della mia visita ai giardini di Venaria Reale tralasciando acriticamente quelli oggettivamente discutibili che lei evidenzia qui e sul Suo blog. Grazie per aver reso meno pindarico il volo, so di aver bisogno di una sana zavorra, a volte. Se non posso sperare di lenire il Suo rammarico proponendole di sorridere delle mie corbellerie, so almeno che siamo accomunate dallo stesso interesse, pur nella differenza di approccio. Un caro saluto.

      • Grazie del tuo intervento, che quanto meno dai toni reciproci è frutto di civiltà e di voglia di incontro, ognuna di noi dalla propria prospettiva. Di questo si nutre la dialettica e di questo è fatta la crescita personale.
        Nei giardini tendo a fare anch’io voli pindarici, e tutto sommato è questo che chiedo ai giardini, di farmi volare lontano dalla realtà quotidiana e di farmi vedere ciò che altrimenti non è visibile. Ma il mio occhio allenato non regge lo spregio e lo sfregio, come succede purtroppo a Venaria Reale. Ma se vado a camminare nei viali di Valsanzibio mi sento in paradiso, se colgo l’amore per le piante a Villa Taranto le amo di più anch’io e mi sento accomunata allo spirito di chi unisce il senso dello spazio e delle architetture al rispetto della natura e alla sua esaltazione. Alla fine andare per giardini è anche gratificante riconoscimento dei propri simili, zavorra compresa. Ricambio con affetto il saluto.

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