Giuseppe Penone a Venaria Reale

Cascina Medici e Tempio di Diana: un esperimento

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parks / parchi

Oggi proveremo a smagliare un po’ le categorie di spazio e tempo.

Da bambina passavo interi pomeriggi a fantasticare: il pavimento della stanza spariva pezzo per pezzo, dal tetto alla cantina la casa si smontava ed io sprofondavo con lei per tre piani fino ad atterrare in giardino; la discesa continuava ancora un po’ ed io affondavo in uno di quei grossi buchi che avevo visto che servivano per costruire le case e piantare gli alberi. Ne uscivo a carponi un istante prima che si richiudesse, in tempo per sentirmi sollevare da terra e ritrovarmi circondata di fronde: gli alberi dietro casa si moltiplicavano e crescevano veloci come la piantina di fagioli della favola, ricoprivano tutta la via e si spingevano oltre formando, nella mia fantasia, un fitto tappeto fino alle montagne azzurre che vedevo dalla finestra nei giorni tersi e oltre ancora, fino alle zie che quando parlano non si capisce niente. Il bosco si faceva sempre più fitto e io cercavo di intuirne i pericoli fiutando l’aria satura di resina e umidità. Non appena mi ricordavo del resto della famiglia ecco la luce del falò, che raggiungevo allungando la strada per raccogliere qualche mora. Lasciavo che il resto della storia si svolgesse mentre dormivamo: l’arrivo dell’acqua, del gelo, il passaggio di branchi di animali sempre più grandi a cui disegnavo enormi occhi muti…

Chiedersi perché c’è quello che c’è, e cosa c’era prima, e chi prima di noi… nel punto esatto in cui ci troviamo. Provateci, proprio adesso: fa uno strano effetto, vero? Se non siete convinti, pensate al Panta Rei: anche Eraclito alla fine aveva dovuto decidere un “dove” – il fiume – per dire dell’impermanenza di tutte le cose. Venaria Reale è il posto giusto per sgranchirsi un po’.

La scorsa settimana avevamo attraversato insieme il Potager Royal, ricordate? Ci eravamo fermati qui, davanti alla Cascina Medici del Vascello (dal nome dei proprietari succeduti ai Savoia).

Nel frattempo sono successe molte cose, alcune decisamente orribili (a big hug to Boston), la stagione ha finalmente ingranato e la linfa ha ricominciato a scorrere nei giovani tronchi e un po’ anche in noi. Ecco, i giardini in cui ci troviamo stanno vivendo esattamente questo: una rinascita felice, avvenuta grazie ad un lungimirante progetto di restauro avviato nel 1999.

Le immagini di com’era la cascina Medici del Vascello prima degli interventi la liberano dalla patina un po’ country chic che vediamo oggi e ci aiutano a fare il primo salto indietro nel tempo, per poi risalire a quando regnava l’ordine dettato dall’esigenza di praticità, il silenzio della fatica per le giornate passate nei campi. A quando in questo cortile forse i piedi s’incollavano a terra appena pioveva una mezz’ora e d’estate ci si trovava giù al fiume.

A Venaria Reale s’impara a viaggiare nel tempo: la fantasia si infiamma alla vista delle fondamenta del tempio di Diana che un tempo coronava il lungo canale d’acqua che delimita il “parco basso” in cui ci siamo mossi fino ad ora.

Osserviamo l’anello d’acqua prosciugarsi, ingoiare terra fino a sparire, inselvatichirsi, diventare, assieme al resto del parco e agli edifici un’enorme area militare: uomini e mezzi si muovono in un paesaggio irriconoscibile, mutando via via ritmo, armi, divise. Siamo nel secolo scorso e risaliamo ancora, scavalcando l’occupazione francese del 1798: attorno a noi il terreno torna a liberarsi, lentamente ricompaiono le piante da coltivo, i viali e i pergolati carichi di rose. Il bosco si ritira composto e fa spazio ai parterres: è il parco alla francese che dobbiamo al primo re sabaudo Vittorio Amedeo II – o meglio alla sua ambizione, quand’egli era ancora duca. Il Canale d’Ercole riflette nuovamente il cielo…

Il Canale d'Ercole

Il Canale d’Ercole

… se lo seguissimo, ci condurrebbe fino al palazzo e da lì oltre l’ingresso monumentale sul centro abitato di Venaria, e poi di bottega in bottega, in mezzo alla gente, fin oltre la piazza dell’Annunziata… ci troviamo all’estremità di un lungo asse di simmetria che informa – che dà forma, perché comunica un concetto – l’intero territorio: natura, architettura, vita di corte e urbana. Il tempio non c’è ancora, o meglio non c’è più, perché è stato appena smantellato per tradurre il concetto tipicamente francese di prospettiva infinita.

Ancora una capriola all’indietro, dai che manca poco! Ecco… ci siamo: siamo circondati dal “laghetto dei cigni”. La musica e il fruscio delle livree echeggiano fra le colonne rinate dopo la lunga penitenza nella Cappella di S. Uberto e nella Chiesa di S. Maria. Possiamo finalmente riposare all’ombra del tempio di Diana disegnato assieme ai giardini all’italiana dall’architetto Amedeo di Castellamonte per il duca Carlo Emanuele II di Savoia, nel Seicento.

Il Tempio di Diana: Anonimo (1674) su disegno di Giovanni Tommaso Borgonio. Archivio Storico della Città di Torino.

Il Tempio di Diana: Anonimo (1674) su disegno di Giovanni Tommaso Borgonio. Archivio Storico della Città di Torino.

Sottovoce, per non distogliervi dalla contemplazione del giardino… non vi sentite magnificamente, adesso?

P.S. A qualcuno avevo promesso una corsa… ci siamo quasi!  ;)

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Rather than writing about what I know, I prefer to write to know ... the same goes for reading. Anziché scrivere di ciò che conosco, preferisco scrivere per conoscere... lo stesso vale per la lettura.

5 thoughts on “Cascina Medici e Tempio di Diana: un esperimento”

  1. E’ un posto da capire… non è per niente facile. Non è il “solito” ricco giardino o un “solido” giardino di delizia brianzolo in cui la vegetazione è ancora ancora la stessa di un tempo…
    Forse proprio con l’esperienza di altri giardini si riesce a capire, come scrivi tu, che è un viaggio nel tempo e non solo terra, erba, alberi, acqua.

  2. Concordo, non è facile. Venaria è, nel complesso, un progetto così potente… un giardino brianzolo moltiplicato forse per 20, 30 volte, e rifatto “come prima, meglio di prima” in pieno stile La Fenice.
    A volte non viene anche a te il dubbio di essere vittima di un grande equivoco? Spesso godiamo di giardini fondati sulla vanagloria e lo sfarzo… ammessi al banchetto quando non restano che le briciole. Chissà cosa cerchiamo, alla fine. Almeno… son briciole che affinano il palato!

  3. Due cose, anzi tre. La prima, che ci accompagni sempre in quel modo così tuo che ormai ti conosciamo, così bello. Anche quando non è una corsa🙂 La seconda, che senza saperlo mi sono sentito per un attimo deviare nel tempo, impercettibilmente, nel passato, come non succedeva da un po’, come un treno a che a uno scambio imbocca e l’una e l’altra direzione. Le zie che quando parlano non si capisce niente è la terza, ed è da applausi😉

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